Written by Aki59

L’uccello del tempo non ha abbastanza strada per volare…

Bisogna stare attenti quando si parla di Internet. E soprattutto quando si parla di Education a Internet. Quando ho esposto per la prima volta l’idea ad un comitato intellettuale (formato da insegnanti, sociologi e artisti) le prime generali e motivate osservazioni sono state: “Ma cosa vuoi insegnare, Internet va da sé, ognuno la usa come vuole e come meglio crede, tu vuoi incanalare dei comportamenti che nascono liberi e muoiono liberi, i ragazzi oggi, quelli che ci sono nati, non stanno certo ad ascoltare te che gli spieghi che cosa è Internet, eccetera eccetera. Tutte osservazioni giuste e veritiere. Ne ho preso atto e sono andato via un po’ deluso, perché avvertivo (e continuo ad avvertire) la sensazione che qualcosa non sia proprio al suo posto nell’utilizzo e soprattutto nel rapporto che noi umani abbiamo con questi nuovi mezzi di comunicazione.

Nei mesi successivi, continuando a guardarmi intorno, e continuando a constatare lo stato di ansia con la quale la gente comune vive la tecnologia (computers, smartphone, messaggi e chat da inviare, controllare, anche in mezzo alla notte…), e continuando a riflettere su cosa c’era che non andasse, ho finalmente capito l’aspetto essenziale: non si tratta di “insegnare a usare Internet” ma di “insegnare come trarre piacere e non ansia” da questi nuovi mezzi.

Arrivare ad un utilizzo consapevole. Cioè vedere e usare tutto ciò nella giusta prospettiva: dominare la tecnologia, non esserne dominati. E non mi si venga a raccontare che i giovani e giovanissimi cybernauti “dominano” le proprie ansie dal “rimanere fuori” (il noto ormai missing out , che colpisce abbondantemente anche fra adulti vaccinati e consenzienti): sicuramente hanno più familiarità, dimistichezza con i mezzi (smartphones e computer per primi), ma non con l’emotività che essa comporta.

Il quadro che io vedo è formato da una umanità che si ritrova “invasa” dalla comunicazione con una potenza e potenzialità mai avute prima. Questa ha già trasformato l’assetto sociale e interpersonale delle nostre vite ma, fra entusiasmi e riflessioni, è evidente che non è stata ancora pienamente “compresa” dalle civiltà moderne, figuriamoci da quelle ancora tribali. Loro non hanno le nostre ansie. Probabilmente ne hanno altre ma non di questo tipo. Lo stress da Internet, la tensione oculare, la concentrazione che non lascia riposare come si dovrebbe, le patologie da posizioni statiche e da poco movimento, buttare sempre e comunque l’occhio sul telefono per vedere se c’è qualche messaggio, andare su e giù con le schermate social senza sapere cosa si vuole e cosa si cerca, su e giù, su e giù… chi non si è mai trovato in almeno una di queste sensazioni… quale genitore non va in ansia se il figlio non risponde al telefonino, diciamo, dopo neanche mezz’ora di silenzio?… forse meno?… è questo che necessita di una vera e propria “alfabetizzazione”, non ovviamente come si usa o come si naviga o come si chatta, in questo senso sì, ognuno è libero di fare ciò che meglio crede. E poi sarebbe forse necessario mettere dei paletti (ma in tutta onestà non so se questo possa mai essere possibile) a certi comportamenti che sfuggono alla portata comune proprio perché la potenza del mezzo è enorme e di difficile controllo. Mi riferisco a fenomeni di tipo diffamatorio, per esempio, io metto in rete foto e video sconvenienti di altri individui, senza il loro consenso, provocando guai e drammi personali, familiari, sociali. Una parola, una foto, un video, si trasformano in questioni molto gravi. Poi tutto viene triturato, macerato, digerito, dimenticato, e l’indomani di nuovo alla rincorsa di cose “incredibili” che stranamente annoiano subito, quasi immediatamente… perché avviene questo?… uno degli aspetti fondamentali da prendere in considerazione è il tempo: lo sviluppo della tecnologia tende a dare all’uomo più tempo a disposizione. La ruota è servita a spostarsi più velocemente, la stampa a diffondere idee più velocemente, lavatrici e lavastoviglie hanno donato più tempo alle coppiette, radio e tv sono servite letteralmente ad alfabetizzare delle generazioni (ricordate “Non è mai troppo tardi?”, quella trasmissione televisiva col maestrino alla lavagna che insegnava a leggere e a scrivere a generazioni di analfabeti?). Ma niente di quel che è esistito è paragonabile alla potenza di Internet, dei computers e degli smartphones, delle fibre sempre più sofisticate e veloci, moltissime azioni che erano diverse e diversificate possono essere svolte sdraiati a letto: posso fare un biglietto del treno o dell’aereo per il prossimo viaggio, posso comprarmi tutto quello che mi pare e farmelo portare a casa (il problema purtroppo è sempre avere i soldi, in questi casi…), posso guardare films, eventi, concerti, incontrare i miei amici e gli amici dei miei amici, e anche i miei nemici o i nemici dei miei amici e dei miei nemici, senza fine. Posso fare una tesi di laurea senza spostarmi dalla mia scrivania, non devo più andare apposta in Francia o negli Stati Uniti per cercare quei libri che…

Insomma è un dato di fatto: questi mezzi ci offrono più tempo libero. Ma… come usiamo questo tempo?… spesso in una maniera che è condizionata da noi stessi nel rapporto con il mezzo: questa connessione continua che pare indispensabile ormai (ma come si poteva vivere senza?…) ci lascia spesso in ansia. Ce ne accorgiamo, la lasciamo per un po’, la mettiamo da parte, qualche minuto, qualche secondo che sembra interminabile… e poi, poi, sì sì, devo dare un’altra occhiata, adesso, la mia mano va, cerca lo smartphone, devo guardare, devo sapere, cosa devo sapere, non so, vedo che tempo fa a Shangai, toh, sta piovendo, eh, certo che questo telefono è uno schianto, tu pensa, a Shangai piove e qui c’è il sole… che meraviglia!!… (ma cosa te ne importa, si chiederà qualcuno. Niente, sono solo una povera vittima.)… eccetera eccetera… mi sbaglio? Non è così? Parliamone. Questo blog è collegato ad un forum relativo aperto ad ogni suggerimento e suggestione. MixApp apre questo forum al genere umano contemporaneo ma soprattutto futuro. Come ci conviene usare, come gestire, cosa è migliore, cosa ci permette di dominare la tecnologia senza esserne emotivamente schiavi, cosa ci può rendere più consapevoli in rapporto a questa trasformazione?

E’ ormai chiaro, il nostro spirito non fa in tempo a digerire ciò che il nostro corpo, i nostri occhi, la nostra mente, assimilano con ingordigia senza avere il tempo di esserne consapevole. Abbastanza paradossalmente ritrovo questa concezione nel verso di un poeta beduino, dal centro del deserto, dove il tempo ha sicuramente una dimensione diversa dalla nostra. Anche dove il tempo parrebbe non esistere, in mezzo al deserto appunto, l’intima sensazione umana è la stessa, il tempo non è mai sufficiente, corre via, anche quando non c’è… prendo allora questo verso come titolo e tema del blog e del forum di MixApp. Il verso – titolo è questo:

L’uccello del tempo non ha abbastanza strada per volare”…

Ogni riflessione è aperta.

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